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Rispettare i diritti dei cristiani nella loro peculiarità riguardo allo statuto personale

Rispettare i diritti dei cristiani nella loro peculiarità riguardo allo statuto personale

Card. Louis Raffaele Sako

Questo è un progetto  da presentare al Governo iracheno.

 I cristiani iracheni non sono stranieri giunti in questa terra benedetta. La loro storia non inizia da quando ricevettero l’appellativo di “cristiani”, ma le loro radici si prolungano come caldei e assiri che hanno costruito la civiltà della Mesopotamia; hanno dei doveri che assolvono nel modo più perfetto, ma hanno pure dei diritti che occorre rispettare.

In una distinzione storica recente, legata alla lista dei diritti dell’uomo, oggi assistiamo che in Iraq, quando si tratta di eredità, di costi e diritti, di custodia di bambini, nella maggioranza dei casi si applica ai cristiani la tradizione islamica.

Ci chiediamo, in base ai diritti dell’uomo, come può essere libero l’uomo nella sua religione, quando la religione di un altro lo obbliga a ciò che non gli appartiene?

Non si può fare a meno di iniziare con la peculiarità del matrimonio cristiano: il matrimonio cristiano è basato sull’amore vicendevole, è un contratto sacro tra due adulti, un uomo e una donna, in piena facoltà corporale e mentale, senza costrizione nè coercizione, con dichiarazione dell’assenso delle due parti contraenti. Il matrimonio è un contratto per tutta la vita, nel periodo di salute e di malattia, di ricchezza e di povertà.

Tra i componenti essenziali della fede cristiana è che nel matrimonهo non c’è poligamia, ma il matrimonio è tra due persone: maschio e femmina per tutta la vita, senza divorzio. L’annulllamento del matrimonio è un riconoscimento da parte della chiesa di una causa precedente al matrimonio, quale la coercizione o l’inganno, o la mancanza di completezza fisiologica, che non permette un matrimonio completo e vero: per questo la chiesa ne annulla l’autenticità. È evidente che questo non ha alcuna relazione con il divorzio e la poligamia.

L’età del matrimoni per ambedue i contraenti è di 18 anni in su, e in casi speciali di 17 anni, ma questo richiede il consenso eccezionale della chiesa per ogni caso a sé.

La dote non esiste nella religione cristiana, che considera la donna uguale all’uomo; quindi il contratto è tra due parti uguali nei diritti e nell’onore, e l’uomo non ha nessun previlegio di avere una sposa pagando una somma per lei, qualunque sia.

Non si esclude che si siano delle spese, per motivi divergenti riguardo a casi di separazione e di divorzio: questi aspetti materiali spettano alle competenze della giurisprudenza civile, secondo le leggi statali.

L’eredità nel cristianesimo viene divisa in parti uguali tra l’uomo e la donna;quindi la donna non riceve la metà di quanto spetta all’uomo. In caso della morte del marito, la sposa e i figli ricevono tutto in eredità. Essendo dunque la donna, nel cristianesimo e in base a tutte le leggi dei diritti dell’uomo, uguale all’uomo riguardo ai diritti, nel nostro paese per gli statuti personali le donne cristiane sono apertamente danneggiate per quanto riguarda l’eredità. Non vogliamo diminuire la libertà della donna musulmana nel ricevere la metà di quanto riceve l’uomo; ma desideriamo che sia applicata per noi la legge ecclesiastica.

La custodia dei bambini fino all’età di 10 anni spetta alla donna, a condizione che sia sana di mente; in caso contrario il caso viene trattato in maniera differente, dando la possibilità ai bambini di scegliere tra i genitori.

La statuto personale dei non musulmani è un problema fondamentale reale che ha bisogno di soluzioni. Ne suggeriamo alcune:

– o lo stato emana una legge civile per tutti i compatrioti, senza riguardo alla loro appartenenza religiosa, come nelle nazioni occidentali e in Libano che è considerato uno stato arabo pioniere in tale campo, o si lascia alla chiesa di emettere sentenze in materia di matrimonio, di annullamento, di custodia dei bambini e di eredità.

Nell’ambito delle soluzioni temporanee a livello dei cristiani dell’Iraq riguardo allo statuto personale, chiediamo con amarezza: perché non si pensa a un organismo che tratti questi casi tramite un tribunale ecclesiastico unificato, composto da esperti in diritto, che cooperi con la magistratura irachena, come è il caso in diversi paesi arabi, tra cui la vicina Giordania e Egitto.  E il tribunale ecclesiastico gestisca questi casi secondo la propria legge.

Il problema dell’apostasia nell’Islam, cioè la sentenza di uccidere: con tutto l’amore e il rispetto, vediamo che sia necessario riconsiderare il problema, perché il mondo è cambiato.  Crediamo profondamente che sia giunto il momento, e con il danno precedente a qualsiasi reazione relativa, di emanare una legge che rispetti la libertà di coscienza, ovvero il diritto di cambiare dottrina e religione senza esercitare alcuna pressione, come nel caso del Libano,  della Tunisia, del Marocco e del Sudan che ha abrogato la legge dell’apostasia.

Qui, vorrei raccontare un episodio doloroso accaduto a uno dei nostri giovani. È stato derubato e saccheggiato nel 2006 dal gruppo terroristico Al-Qaeda, che lo ha portato all’ufficio dello statuto personale e lo ha costretto a dichiarare la religione islamica: il giovane, impaurito, ripetè la professione di fede musulmana, e fu registrato ufficialmente come musulmano. Egli però tornò a casa distrutto, non capendo nulla dell’Islam, poichè non glielo avevano insegnato, e nel suo cuore continuò a recitare le preghiere cristiane. Ho cercato di correggere la sua posizione con le massime autorità, ma sfortunatamente non ci sono riuscito.

Questa coercizione non è forse contraria alla libertà della persona, alla legge dei diritti umani e alla parola chiara del Corano: “Chi vuole creda e chi vuole non creda” (sūra XVIII ‘la caverna’ 29). “La fede è esposta e non è imposta dalla legge o dalla coercizione” (sūra II ‘La giovenca’ 299), “Se costoro si distoglieranno, sappi che non ti abbimo inviato a far loro da custode: tu non hai che da consegnare il messaggio” (sūra XLII ‘La consultazione’ 48). La fede nasce da una convinzione interiore e dalla libertà personale, che rende la persona convinta in modo da vivere la fede. Il cristianesimo rispetta la libertà della persona nel cambiare con convinzione la propria religione quando vuole. 

C’è anche un’altra pratica ingiusta, in cui  si fa un torto alla parte cristiana, quando un musulmano ha il diritto di sposare un cristiano, mentre  a un cristiano viene negato il diritto di sposare una musulmana! Oggi è lo stato che protegge i diritti di tutti e li eguaglia sulla base della giustizia e della cittadinanza, non sono quindi le antiche tradizioni e costumi. Riteniamo che di fronte a tali situazioni anomale non ci sia altro modo che ricorrere alla legge di registrare il matrimonio civile, con una clausola che indichi la scelta del matrimonio secondo il rito religioso scelto da coloro che intendono sposarsi.

Le festività religiose. Ci chiediamo riguardo a una situazione che non è legata allo statuto personale ma indica il danno recato ai cristiani anche nelle loro gioie. Perché il governo non decide che Natale e Pasqua siano festività ufficiali per tutti gli iracheni come in molti paesi arabi, tra cui recentemente in Sudan? Il governo è a conoscenza della sofferenza degli studenti cristiani quando sono costretti a frequentare nelle loro feste? Alcune direzioni scolastiche fissano deliberatamente il programma degli esami nelle due feste!

Concludiamo dicendo che il governo iracheno deve considerare seriamente queste questioni, trovare una soluzione giusta alla sofferenza dei suoi cittadini cristiani, considerare la loro peculiarità e migliorare le loro condizioni, se vuole davvero che rimangano in Iraq.  Vuole veramente questo? Come si dice nella costituzione irachena (articolo 2, paragrafo 2): “Questa costituzione garantisce la conservazione dell’identità islamica alla maggioranza del popolo iracheno, e garantisce pure i pieni diritti religiosi a tutti gli individui riguardo alla libertà di fede e alla pratica religiosa, quali i cristiani, gli yaziditi e i sabei mandei”, ma questo non viene applicato in pratica.

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