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Il saluto del Patriarca Sako ai Padri sinodali

Il saluto del Patriarca Sako ai Padri sinodali

Bagdad 21-27 agosto 2022

Carissimi fratelli, vescovi del Sinodo caldeo, la grazia del Signore Gesù sia con voi,

vi saluto con un gesto di pace, voi che siete venuti dalle diocesi dei Paesi vicini e lontani, nei quali servite. Saluto i due nuovi vescovi che per la rima volta sono con noi: mons. Paolo Thabit di Alqosh  e mons. Azad Shaba di Dohuk.

Anche quest’anno siamo stati convocati al Sinodo annuale, illuminati dallo Spirito Santo, per studiare il programma dei lavori. Il nostro sinodo viene nel quadro delle preparazioni della Chiesa Cattolica, per la sinodalità nell’anno 2023, camminando insieme in comunione e missione. Speriamo che quest’occasione ci aiuti ad approfondire questi punti nella nostra Chiesa, nelle nostre diocesi e nelle parrochie.

  1. Siamo chiamati a portare la nostra responsabilità ecclesiale, umana e nazionale con lo spirito di Cristo e coi suoi sentimenti. Essa comprende un vivo rapporto passionale verso il Cristo, per il quale siamo stati consacrati, come si è consacrato Lui stesso: «Per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità… perché l’amore sia in essi» (Gv 17, 19.26). Questo rapporto con Cristo, basato sulla verità, la carità e lo Spirito ci permette, e permette ai nostri fedeli, una spiritualità matura, e incoraggia nel adempimento della nostra missione e servizio con generosità e disinteresse, in spirito di gruppo, lontani dal particolarismo e del desiderio di dominio e fama. E come ha detto papa Francesco durante il suo incontro con i gesuiti in Canada il 29 luglio 2022, la cosa più importante è proprio il fatto che l’episcopato si sia trovato d’accordo, abbia raccolto la sfida e sia andato avanti.
  2. La forza nella Chiesa, e nelle diocesi, si trova nel servizio e non nella dimostrazione fine a se stessa. L’amministrazione (cura pastorale, gestione) non può essere esercitata senza potere, ma non deve arrivare al dispotismo e la dittatura. Per questo avverte Gesù: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore» (Mc 10, 42-43). Probabilmente la concezione del leadership nel’Oriente non aiuta a diffondere la cultura del chiedere perdono!

La nostra autorità è basata sull’essere apostoli, sul piano orizzontale mediante la collegialità, che si estende a tutti i membri del Popolo di Dio (la Chiesa), sacerdote, monaci e monache, laici, a prescindere dal sesso e dalla classe sociale, uniti nel lavoro ecclesiale, anche se la responsabilità delle decisioni ricade sulle nostre spalle, e attraverso un’opera di costante comunicazione riguardo alla pianificazione del lavoro e del servizio, così come nel trattare nuove domande e proposte, con prudenza e vitalità. Questo ci apre nuovi orizzonti. Su di noi la responsabilità totale e fino alla fine, specialmente in queste condizioni così difficili (e di sfide) che il nostro Paese sta attraversando. Il vescovo deve saper leggere i segni dei tempi e valutarli alla luce della fede, come fecero i profeti e gli apostoli nel portare il Vangelo, perché le grida di Dio possano diventare fonte di speranza.

  1. L’accompagnamento con spirito paterno dei nostri aiutanti, cioè i nostri preti. Accompagnamento paterno, non autoritario, come si fa coi figli, trattandoli in modo umano e caritativo, con rispetto, salvaguardando la loro dignità, ma portando a compimento il loro carisma con lo studio, la formazione e la santificazione delle anime. Da ciò deriva la necessità di educare la loro spiritualità, la cultura, il lavoro pastorale. È inaccettabile che vi siano divisioni: questo è il più grande pericolo per l’unità della diocesi e la testimonianza sacerdotale. Quando ciò accade si deve trattare delicatamente, faccia a faccia. Difficoltà e problemi ci saranno sempre, come ai tempi degli apostoli di Cristo, ma devono diventare occasioni di sviluppo della carità, di amicizia e di consolidamento della fiducia. La disciplina è importante perché il disordine è distruttivo.
  2. Importanza delle vocazioni sacerdotali e monastiche. Il futuro della nostra Chiesa si basa sulle vocazioni (sacerdotali, monastiche in tutte le sue tiplogie). È un obbligo per il vescovo dare importanza alle vocazioni.
  3. La liturgia. È obbligatorio attenersi alle regole stabilite dal Sinodo caldeo riguardo la nostra identità orientale, e più autentica. Il prete celebrante deve comprendere che i riti sono preghiera, non soltanto una pratica rigida e monotona; cioè, chi prega deve vivere il rito. Questi riti sono la celebrazione della presenza di Dio, il prete e i fedeli devono scoprirlo e trarne vantaggio nella profondità teologica. È per questo che si devono preparare le letture, gli ornamenti, inni, musica, preghiere, omelie, come è stato indicato dal Sinodo, perché tutti possano festeggiare con gioia l’incontro con Dio nella loro vita, risvegliando la fiducia nei loro cuori e diventando fonte di sostentamento nelle loro vite.

Tenendo conto di quanto sopra, vorrei indirizzare la vostra attenzione sulla necessità di incoraggiare i nostri preti che servono nei Paesi della diaspora perché, per quanto possono, svilupperanno rapporti con le altre Chiese apostoliche, in modo speciale coi nostri cristiani emigrati dall’Iraq e dai Paesi del Medio oriente. Non dimentichiamo che il nostro servizio è per la carità e la diaconia.

  1. I cristiani iracheni, e forse anche i cristiani di altre nazioni, stanno andando verso la scomparsa, se non c’è un cambiamento nel pensiero e del sistema nazionale. L’eredità islamica rende i cristiani cittadini di serie B e permette l’usurpazione delle loro beni. Ci sono tanti esempi. Si deve riscrivere la Costituzione e le leggi, lontani dal nepotismo, dal favoritismo, e costruire un sistema democratico basato sulla cittadinanza!

In questi tempi così difficili, la nostra missione è collaborare con i nostri connazionali per creare un ambiente favorevole per vivere nel rispetto della diversità, il diritto alla piena cittadinanza, come è stato affermato da papa Francesco nei suoi discorsi durante la sua visita nel nostro Paese (5-8 maggio 2021), aiutando il nostro popolo ad aprirsi alla speranza e ad armarsi di fede, per affrontare le sfide con lo stesso coraggio di Cristo. Queste vicissitudini non sono nuove, molti Paesi le affrontano, ma con la prospettiva di uscirne vincitori. Vorrei insistere sulla necessità di essere collegati alla Chiesa madre e al Paese.

Dobbiamo prepararci alle sfide e prendere precauzioni, voglio dire che il patrimonio lo costituiscono gli immobili ma è preferibile non venderli. Come avevamo deciso al sinodo 2021, ovvero la creazione di una Cassa comune caldea, dobbiamo tornare ad essa come forma di precauzione e di preparazione. Vi parlo con spirito di responsabilità e faccio vostri i miei sentimenti e le mie preoccupazioni, per condividere insieme la responsabilità con coraggio e intelligenza. Mettiamo questo Sinodo, la Chiesa e il nostro Paese in questi tempi difficili sotto la protezione del Signore e il patrocinio della Vergine.

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